Chiara Ferragni e gli altri influencer: 9 cose da sapere

Chiara Ferragni e gli altri influencer: 9 cose da sapere

Vi siete mai chiesti come fa a guadagnare Chiara Ferragni? Non siete convinti che l’influencer sia davvero una professione? Dovrete ricredervi: ecco le 9 cose da sapere su Chiara Ferragni e gli web influencer

Il 2017 sarà ricordato come l’anno in cui le persone hanno riconosciuto l’esistenza di Chiara Ferragni.

Sebbene già due anni fa Forbes l’avesse inserita nella classica dei giovani under 30 più influenti del mondo, sono stati questi ultimi otto mesi a portare questa ragazza alla ribalta mainstream.

Chiara Ferragni è stata invitata a tenere una lezione agli studenti di marketing alla Harvard Business School, Chiara Ferragni ha comprato casa a Los Angeles, Chiara Ferragni ha ricevuto la proposta di matrimonio da Fedez all’Arena di Verona, Chiara Ferragni ha festeggiato i trent’anni in anticipo, Chiara Ferragni guadagna 15 milioni di dollari con il suo blog

Ecco, quest’ultima è stata la notizia titanica: il suo fatturato, di cui le news si sono occupate anche gli scorsi anni, questa volta, forse complice il sovraccarico di notizie, è precipitato su di noi come una bomba atomica griffata.

Chiara Ferragni con il suo blog guadagna 8, no 15, no 20 milioni di dollari.

La curiosità è diventata legittima: cosa fa Chiara Ferragni? come guadagna queste cifre? Pregiudizi, malelingue, fastidio e astio sembrano sprecarsi quando si pronuncia il suo nome.

Ah è una blogger, anzi un influencer.
Che cosa fa un influencer?
Un attimo… cos’è un influencer?
Come guadagna un influencer!?
E se non so rispondere a queste domande posso solo parlare dei piedi della Ferragni?

Chiara Ferragni fattura milioni di euro mentre allunga il collo per il suo selfie con Fedez sulle coste della Sardegna e altri milioni scivolano nel suo conto in banca mentre, nella sua casa di Los Angeles, decide se ordinare la sua collezione di scarpe per colore o in ordine alfabetico… no?

Perché questo è in fondo l’influencer: un personaggio che cazzeggia davanti al suo notebook, che scatta una foto al suo toast all’avocado, che si ripara dietro ad un appellativo nebuloso per non ammettere il suo disinteresse per il lavoro, che benchmark è sinonimo di selfie. Chiara è solo stata più fortunata.

Cosa si nasconde dietro al pregiudizio? Paura di rimanere indietro, luddismo digitale, invidia, l’essere all’oscuro di questo articolo…

Qui interveniamo noi di Panacea+.

Ecco allora 9 cose che dovete sapere su Chiara Ferragni e sull’essere un influencer prima di parlarne male.

1.  Blogger, influencer, fashion blogger: se li usi come sinonimi sbagli

Tanti nomi, una sola entità?

No.

Ad ogni specifica il suo titolo.

Il blogger ha scelto un tipo di social media, il blog appunto, per raccontare il suo punto di vista, il suo gusto, presentare e documentare, scrivendo, quello che ama.

Il blogger che si è focalizzato su un argomento ha specializzato la sua attività: fashion blogger per la moda, food blogger per il cibo, travel blogger per i viaggi ecc… Superfluo dire che il blogger, di qualsiasi tipologia, può essere donna o uomo.

Capiamo anche come la piattaforma che l’utente ha scelto per esprimersi designa la sua figura comunicativa: chi è partito da Youtube è uno youtuber, chi ha scelto Instagram è instagrammer ecc…

Ci sono infine alcuni utenti che, con l’attività social, hanno consolidato la loro identità online e hanno raccolto un seguito affezionato di utenti.

Gli influencer sono utenti che hanno potenziato la loro presenza social creando contenuti che coinvolgono il loro pubblico digitale e che sono in grado di influenzare le opinioni e orientare gli atteggiamenti. Sono considerati, da chi li segue, fonti di informazione degne di fiducia per uno specifico argomento.

L’attività dell’influencer può interessare qualsiasi ambito (la moda, il cibo, i viaggi, il fitness, il lusso, il gaming ecc…) e servirsi di diversi social media.

Quello che l’influencer ama lo amano anche i suoi followers, è ciò che li ha fatti incontrare e ha alimentato la loro relazione.

Favij, Clio MakeUp, Mariano Di Vaio, Benedetta Rossi, @chiarainpentola, Manuela Vitulli, Erica Firpo… Ciascuno di questo nomi ha un focus ben preciso, dal gaming al make up, dal cibo ai viaggi.

Il web influencer è l’utente “dall’identità forte”; è un punto di riferimento per la comunità che lo segue, un “uber-utente” la cui reputazione è stata confermata dalla sua stessa attività e dalla community.

Chiara Ferragni quindi è un fashion blogger che è diventata una influencer.

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2. Dietro all’influencer molte persone

Nel 2009 Chiara dimentica diavoletta87, la sua incarnazione adolescenziale su Netlog, e apre The Blonde Salad, il suo blog personale: scrive di moda e raccoglie scatti di outfit ben assemblati nel giusto scenario glamour.

Visitiamo theblondesalad.com ora?

Oggi The Blonde Salad (abbreviato in TBS) è molto più di un blog, è “una piattaforma digitale che offre un’esperienza di lifestyle a 360 gradi” e conta una “crew”, una squadra, di oltre venti persone esperte di moda e comunicazione.

Nel 2009 TBS erano Chiara e il suo fidanzato dell’epoca, e attuale socio in affari, Riccardo Pozzoli.

Oggi Chiara impiega numerosi mezzi e risorse umane per rinforzare la propria esemplare immagine online, assoldando fotografi, stylist, assistenti, editors per sostenere quello che è di diritto: un brand per conto proprio.

Chiara Ferragni è una It girl imprenditrice circondata da professionisti.

E questa descrizione è valida per molti influencer che hanno evoluto e strutturato la loro attività digitale in una realtà complessa e remunerativa.

3. Soldi nel blog, soldi fuori dal blog

<<Scusa ma come si fanno i soldi con un blog?>>
<<Eh lei vende anche vestiti!>>

Questo è uno scambio di commenti letto su Facebook tra due utenti che commentavano la notizia dei milioni guadagnati da Chiara Ferragni grazie al suo blog, increduli che un ectoplasma come “il blog” potesse fruttare cifre a sei zeri. “Beh ma lei vende anche abbigliamento!” ha chiarito uno dei due.

Sembra insieme riduttivo ed esagerato eppure è vero: TBS oggi è anche uno shop online di abbigliamento, di scarpe e di accessori della Chiara Ferragni Collection e di molti altri brand. E già un paio di anni fa la stessa Chiara ammetteva che gli introiti più cospicui le arrivavano proprio dalle scarpe e non dal blog…

Allora è questo il segreto dei suoi milioni?

Non avete mai visto alla tv la ragazza di Cremona pubblicizzare la sua chioma fluente per lo shampo Pantene?

Nel 2016 Chiara è stata testimonial di Amazon Moda e oggi è testimonial e collaboratrice di una capsule collection di accessori in edizione limitata (per i non addetti ai lavori, una collezione che conta pochi fondamentali che insieme compongono un total look) per Tod’s.

Poi ci sono i compensi per partecipare agli eventi e le quote nelle società di Riccardo Pozzoli.

Aggiungiamoci un po’ di iperbole pubblicitaria per sembrare ancora più grandi di quanto si è (il cosiddetto hype), che fa sempre bene al proprio personal branding, all’arte di vendere se stessi.

Ecco che si arriva ai milioni.

Quando pensiamo al conto in banca di questa influencer non dimentichiamo questo breve (e semiserio) riepilogo.

La morale: i soldi di un blogger arrivano da molte attività diverse e il blog è con probabilità la meno redditizia tra queste.

Ve lo direbbe qualsiasi blogger: i soldi arrivano grazie all’inbound marketing, sono i risultati di strategie di produzione di contenuti editoriali ad alto valore aggiunto per il target di riferimento, condivisi sui propri spazi online.

A scanso di equivoci, i soldi “con il blog” si possono fare. Si può monetizzare il blog in modo diretto e iniziarono così anche Chiara e Riccardo. Uno dei metodi più comuni è quello di vendere degli spazi di advertising sul blog sui quali promuovere un prodotto ai lettori; oppure si può anche collaborare con un partner esterno promuovendo i suoi prodotti nei post del blog con diverse percentuali di commissione e benefici.

TBS ha applicato entrambe queste opzioni ed ha sempre scelto con attenzione i propri partner.

Un blogger può creare contenuti extra, scaricabili a pagamento dal blog, può richiedere donazioni spontanee… però un contratto con la Pantene è un poco più remunerativo.

4. Passione

Lo abbiamo già detto: ci vuole passione.

Per Chiara tutto è partito dall’amore per la moda e la fotografia. Non sono passioni così originali per una bella ragazza della Bocconi, no?

Le idee originali ed irripetibili sono finite il giorno in cui una compagnia coreana ha inventato l’amaca per i piedi da tenere sotto la scrivania.

Di buono c’è che non serve l’idea geniale. Tutti possediamo delle energie uniche che se ben impiegate rendono originale la nostra idea: le esperienze, il nostro punto di vista, la nostra voce e la personalità attraggono chi quella passione la condivide e la percepisce.

La conoscenza di un argomento si unisce all’interesse entusiasta e questo è il primo motore dell’influencer: una sincera, percepibile, forse anche un po’ maniacale e monotematica, passione per qualcosa a cui molta altra gente è appassionata e che desidera condividere.

5. Un pubblico interessato e fedele

La nicchia, i fedeli di un influencer che tanto tengono a ciò che condivide.

Chiara di fedeli e fedelissime ne aveva eccome, in potenza, ancora prima di iniziare: stuoli di ragazze fashioniste, qualcuna cresciuta con Carrie Bradshaw, altre con Serena van der Woodsen e Blair Waldorf, altre con Paris Hilton e Kim Kardashian, le più giovani oggi con Kendall e Kylie Jenner.

“Quando l’allievo è pronto il maestro appare” recita un antico adagio. Il momento era giusto, il modo era giusto, l’idea era giusta e c’era un pubblico digitale che non aspettava altro.

TBS è stato anche questo, una vetrina per una ragazza che amava mettersi in mostra, rivolta a ragazze che amano mettersi in mostra e vedere ragazze che si mettono in mostra.

Oggi è anche di più: un magazine, uno shop online e il resoconto della rutilante vita di questa ragazza. E il pubblico non l’ha abbandonata. Anzi, è diventato un pubblico internazionale.

Quindi il pubblico di un influencer deve essere di milioni di utenti?

No.

Esiste il micro-influencer, quell’influencer digitale il cui seguito va dai 1000 ai 100.000 followers.

Non contano solo i numeri ma il coinvolgimento e la fidelizzazione degli utenti. Un’esercito di followers che non interagiscono e che non sono fidelizzati serv a poco.

Spesso, se si parla di engagement, piccolo è meglio.

6. Essere i primi

È il più classico e intramontabile dei sogni: una ragazza comune che ce l’ha fatta e ha trasformato la sua passione in professione.

Nella scena digitale non ancora inflazionata gli influencer (che ancora non erano tali) sono trasmigrati verso territori inesplorati, forse senza nemmeno saperlo, e hanno piantato la loro bandiera colonizzatrice.

Chiara Ferragni è arrivata sulla Luna della moda e ha dimostrato che una carriera realizzabile e sostenibile (e invidiabile) sui social media è possibile. Gli influencer oggi affermati ieri erano il nuovo che avanza, che si conferma e che diventa trendsetter.

Chiara è stata prima su tutto: ha usato Flickr in ottica social, raccogliendo in nuce tutto ciò che sarebbe stato TBS; ha iniziato ad usare il blog come fashion blog traslando le proprie necessità comunicative su diverse piattaforme; si è iscritta sul neonato Instagram, che alla perfezione si adattava al suo modo di comunicare: oggi @chiaraferragni raccoglie più di 10 milioni di followers e ogni foto che condivide raccoglie una media di 100 mila “Mi piace”.

7. Influencer marketing: il pedigree e la scroccona

Gli influencer sono degli opinion leader nei loro specifici campi, i brand lo hanno capito mentre voi perdete ancora tempo a fare gli hater.

A questo punto ne siamo certi: l’influencer ha il potere di orientare le scelte di acquisto in merito della sua (reale o percepita) autorità, preparazione, posizione e relazione.

Le aziende vogliono approfittare dell’influenza che questi utenti hanno sui consumatori. Così scelgono di sfruttare il ruolo degli influencer invece di concentrarsi su di una intera nicchia target.

Nasce l’influencer marketing: la collaborazione con gli influencer che aiutano i brand a creare o distribuire contenuto in vista di obiettivi specifici.

Non stiamo parlando del selfie “ecco-il-prodotto-che-bello-compratelo”.

L’influencer marketing è lo strumento grazie al quale il brand procura un contesto e una competenza settoriale al prodotto e/o servizio attraverso una persona che sia d’ispirazione. Il brand lascia che sia l’influencer a raccontare il prodotto attraverso la sua vita, attraverso le sue esperienze.

Il motivo è semplice: gli utenti si fidano degli utenti e non più dei brand.

Ieri c’erano gli endorsement delle celebrità dei mass media; oggi assistiamo alle nuove relazioni tra brand, web star e utenti.

Sia chiaro, un influencer non vale l’altro.

L’azienda definisce una strategia e degli obiettivi che si accorderanno con il “giusto” influencer: il piano di influencer marketing vuole diffondere contenuti per la lead generation? aumentare la brand awareness? imporsi come esperto del proprio campo? migliorare la brand reputation?

Barilla ha poco da guadagnare da Chiara Ferragni e ancora meno lei che è ben consapevole che i suoi followers storceranno il naso vedendola descrivere tutti i modi di cucinare le reginette nelle sue stories di Instagram. Perché il rischio di essere etichettati come markettari è alto e non si può mettere a repentaglio una reputazione cementata.

L’influencer marketing richiede che il brand costruisca una relazione positiva con l’influencer. Per quest’ultimo non è una questione di busta paga, è una responsabilità.

L’influencer è insieme un content manager, un content curator e un community manager; conosce e rispetta i gusti della nicchia a cui si rivolge; e quando permette all’azienda di comunicare con la sua fanbase, “apre le porte” della sua comunità, consentendo al brand di raggiungere un’audience più ampia o di segmentare gli investimenti comunicativi in un modo che non sarebbe stato possibile tramite i canali digitali aziendali.

Se siete amanti delle profilazioni e delle categorie vi farà piacere sapere che esiste un sistema di valutazione degli influencer abbastanza diffuso.

La costruzione della relazione con l’influencer dovrebbe valutare, prima di tutto, lo schema della 3R:

·      Relevance: quanto l’influencer è rilevante per un dato argomento rilevante per l’azienda stessa (i viaggi? la cucina vegana? il make up cruelty free?)

·      Reach: il bacino di utenza, il numero di utenti che potenzialmente il brand può raggiungere intercettando la nicchia/mercato dell’influencer;

·      Resonance: il livello di engagement che l’influencer è in grado di instaurare. Perché avere molti followers non serve a molto se questi non sono coinvolti nell’interazione con l’influencer.

Non ha senso che Barilla vada da Chiara Ferragni. Che valutazioni ne trarrebbero i suoi followers? Che interesse ne nutrirebbero? Che vantaggi ne otterrebbe Barilla?

Non sembra più tanto semplice la vita dell’influencer?

Questo è ciò che distingue l’oggetto di questo articolo da te che non ha capito nulla e scarpini tra i padiglioni del Cosmoprof per proporre le tue recensioni per non dire che sei una scroccona.

8. Ricordati dei millennials

I millennials, o Generazione Y, sono i nati tra il 1980 e il 2000, una generazione variegata e diversa da tutte quelle che le hanno preceduta. È la generazione tecnologica, social e dei dispositivi mobili, un’anagrafica variegata che si è mostrata refrattaria alle marketing tradizionale.

Come comunicare con questo pubblico di consumatori dalle idee chiare che si aspettano qualità, trasparenza e autenticità dai brand?

Proprio l’influencer marketing si configura come lo strumento ideale per parlare ad un target la cui esperienza quotidiana di informazione e di investimento come consumatore dipende dai social media.

Secondo un sondaggio di Forbes, su un campione di 1.300 millennials americani, il 43% ammette di dare importanza alla credibilità della piattaforma o del brand prima di usufruire dei suoi servizi e prodotti.

Oltre la metà  degli utenti con un profilo Youtube preferisce seguire i consigli sui prodotti del suo Youtuber preferito e non delle classiche celebrità.

Quasi il 40% degli utenti di Twitter ammette di aver acquistato un prodotto come diretto risultato del Tweet di un influencer.

I millennials sono il target più reattivo all’influencer marketing e per molte aziende gli influencer sono il tramite più efficace per raggiungerli: significa affidarsi a figure credibili, coerenti con il target da raggiungere e stimate da quello stesso target.

Cosa altro amano i millennials?

9. Esperienze e storytelling

I millennials amano le esperienze. L’esperienza è la priorità nei loro investimenti di tempo e denaro perché vogliono essere definiti dalle loro passioni e perché preferiscono usufruire di prodotti senza l’onere dell’esserne proprietari. Il valore è altrove.

L’influencer incarna un lifestyle, uno stile di vita.

Un brand incarna uno stile di vita, una aspettativa.

ll prodotto del brand è l’incarnazione di quello stile di vita e nella mani dell’influencer diventa sempre un’esperienza nella giusta cornice di storytelling, una narrazione coesa e comprensibile.

Un prodotto nella mani della Ferragni è il tassello dello “stile di vita alla Chiara Ferragni” che i suoi followers sono attenti a riconoscere.

Uno stile fashionista italiano (che tanto piace all’estero), personale, alimentato dalla (apparente) semplicità nel passare dallo stile casual agli outfit più eccentrici, giovane ma non esagerato, ricercato senza essere pretenzioso, sofisticata senza essere serioso. TBS racconta la leggerezza di una vacanza a Capri senza doppie punte, una passeggiata tra le strade di una Milano inodore, instancabili settimane della moda vissute con solida sicurezza: questa è l’esperienza di cui gli utenti vogliono essere parte.

Guardare le foto di Chiara è gratificante, è un’ispirazione. È un certo stile di possibilità e i millennials desiderano proprio questo.

Perché Chiara Ferragni è famosa